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L’uomo isolano era, oltre che un agricoltore, anche un allevatore.

Secondo alcuni studiosi e storici illustri del passato era la pastorizia a costituire l’economia dei Sardi: l’Isola era rinomata come grande produttrice di bestiame, specialmente di capre, le cui pelli, caratterizzate da lunghe ciocche di lana, avevano la capacità di tenere caldo d’inverno e fresco d’estate; il riferimento è alla “mastruca” (una casacca senza maniche, di pelliccia di montone, pecora o capra) che talvolta connotava la figura dell’indigeno Sardo, del pastore che si opponeva ai dominatori.

Per quanto concerne l’alimentazione degli individui, il consumo esclusivo di vegetali e di carne fu arricchito dal latte e dai suoi derivati, e la conferma si ha dal ritrovamento di tegami con dei forellini, interpretati come dei recipienti utilizzati per separare la parte grassa del latte (caglio) dal siero.
Probabilmente la lavorazione dei derivati del latte era una pratica consueta durante la lunga età nuragica (XVII – IX sec. a.C.). Da alcuni insediamenti e nuraghi provengono dei colatoi simili a quelli utilizzati in Europa fin dal Neolitico, che hanno fornito delle indicazioni a proposito della loro funzione nella lavorazione del formaggio. Nei villaggi del periodo di fine età del Bronzo, prima età del Ferro (X – IX sec. a.C.) sono stati trovati vasi di grandi dimensioni chiamati “caldaie”, in prossimità dei focolari, che forse venivano utilizzati per portare a temperatura utile il latte in funzione della cagliata.

Nel mondo fenicio e punico, il latte aveva una fondamentale importanza nell’alimentazione, per le sue proprietà nutritive, ma anche nella ritualità sacra e funeraria, per il valore simbolico ad esso attribuito, connesso ai concetti di rigenerazione e di rinascita.
Stesso discorso vale per il formaggio, che veniva anche esportato, come testimonia un frammento del ‘Maccus’, una commedia di Novio, scrittore degli inizi del I sec. a.C., riportato nel De compendiosa doctrina di Nonio Marcello nel IV sec. d.C. .

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